Le storie e la politica

Il 26 gennaio del 1994, un mercoledì, tutti i telegiornali italiani ricevettero un videomessaggio di ben 9 minuti inviato loro da Silvio Berlusconi, Presidente del Milan e della holding finanziaria “Fininvest”. 

Era la notizia del giorno, forse dell’anno, per qualcuno addirittura del decennio: Berlusconi ufficializzava la sua discesa in campo – l’aveva definita proprio così –, proponendosi come candidato dell’intero fronte moderato, ripreso a mezzo busto dietro la scrivania di quello che aveva tutta l’aria di essere lo studio privato del Cavaliere.

In realtà, quella non era la sua celeberrima villa di Arcore. Anzi, non era nemmeno la stanza di una sua casa abitualmente abitata. Era, infatti, solamente un piccolo ripostiglio utilizzato come deposito per gli attrezzi in una villa di sua proprietà poco distante da Monza, per l’occasione diventata set televisivo. 

Alle spalle del Cavaliere, infatti, tutto era stato costruito ad arte: i libri, una piccola scultura del Maestro Giuseppe Cascella inserita personalmente su richiesta dello stesso Berlusconi, il filtro aranciato sulle luci, le foto di famiglia in bella mostra.

Non si trattava quindi di realtà, ma neanche di finzione. Era, semplicemente, rappresentazione.

Berlusconi, nel suo discorso – che merita di essere analizzato sia per ciò che dice, che per ciò che mostra – non propone un manifesto politico, né focalizza la propria attenzione su un tema specifico di attualità: semplicemente, si limita a raccontare una storia, la sua storia.

L’incipit, infatti, altro non è che l’inizio di un racconto autobiografico, ambientato nel Paese che si candida a guidare: «L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita, il mio mestiere d’imprenditore».

A cosa serve lo storytelling?

Come Berlusconi, ormai tutti i politici coinvolti nell’arena mediatica utilizzano abitualmente lo storytelling, per raccontare – attraverso una narrazione semplificata e capace di empatizzare col pubblico – sé stessi e la propria visione di mondo e di futuro. Da Matteo Renzi – sostenitore della rottamazione e simbolo della riscossa dei giovani contro i vecchi – fino a Giuseppe Conte, l’avvocato del popolo: l’abilità di saper raccontare le storie è ormai una condizione necessaria per una leadership che possa definirsi efficace.

Ma quali sono i motivi per cui le storie si rivelano così efficaci nella costruzione del consenso?

Porta il racconto politico dall’astratto al concreto

I concetti astratti, in politica, non funzionano: non appassionano, non catturano l’attenzione, non si fissano nella mente dell’ascoltatore. L’elettore, oggi, ha invece bisogno di immagini immediate, concrete e reali, che lo aiutino a mettere a fuoco istantaneamente ciò che viene detto. Si definisce, infatti, elettore pigro: non ha tempo né voglia di informarsi a sufficienza, e deve perciò accontentarsi di scorciatoie comunicative che gli permettano di farsi, in pochi secondi, un’idea su un determinato tema o personaggio.

Le storie rappresentano il modo più semplice – e allo stesso tempo quello probabilmente più apprezzato – per raggiungere questo scopo: si rivelano estremamente utili, infatti, a rendere il racconto politico concreto, proponendo dei nomi e delle situazioni reali all’ascoltatore.
Non teorie astratte, ma persone. Non idee, ma storie (vere o finte, poco importa).

Salvini racconta la storia di una signora ferrarese per affrontare il tema dell’immigrazione, utilizzandola per sostenere le ragioni del suo partito.

Aumenta l’attenzione

Un discorso politico può essere, talvolta, molto noioso. E la soglia di attenzione di un elettore (che sia un telespettatore o un utente social), negli anni, si è abbassata sempre di più.

La sfida, quindi, è quella di mantenere alta la sua attenzione ed evitare che ceda a stimoli meno impegnativi: cambiare canale, abbandonarsi all’utilizzo dello smartphone, distrarsi dalle parole del politico. 

Le storie, in questo senso, si rivelano fondamentali, in quanto rappresentano un’operazione estremamente semplificata – ma comunque propria – della comunicazione politica: riducono la complessità (utilizzando il linguaggio comune), sono comprensibili a tutti (anche a chi non segue la politica), incuriosiscono l’ascoltatore (attratto dalle dinamiche tipiche del racconto).  

Aumenta la capacità di memorizzazione

Una volta catturata l’attenzione dell’ascoltatore – senza la quale ogni altro sforzo si rivelerebbe vano –, è di fondamentale importanza che egli comprenda e memorizzi ciò che gli viene detto. Le storie favoriscono questo processo, offrendo un utile espediente per permettere all’elettore di ricordare con facilità il nucleo centrale del racconto. È molto più semplice, infatti, che nella memoria permanga lo scheletro di una storia – il protagonista, l’antagonista e l’oggetto del contendere –, rispetto ad una dichiarazione d’intenti di un personaggio politico.

Crea coinvolgimento emozionale

Una storia, molto più di quanto non possa fare un discorso politico, è capace di stimolare la parte emozionale dell’elettorale, generando sentimenti in grado di connettere maggiormente il leader ai suoi ascoltatori.

Le emozioni, infatti, siano esse positive (come fiducia, ottimismo, felicità) o negative (rabbia, paura, disagio), influenzano notevolmente, secondo numerosi studi, gli individui nelle loro scelte politiche.

Un limpido esempio è rappresentato da due consecutive Presidenze, fra loro molto diverse, degli Stati Uniti: quella di Barack Obama e quella di Donald Trump. Entrambi, infatti, hanno costruito le proprie campagne elettorali – e poi le loro Presidenze – sullo storytelling, sebbene raccontato attraverso stili, parole, simboli diametralmente opposti. Ad una narrazione, quella obamiana, costruita sulla speranza – farà storia il manifesto non ufficiale “Hope” (tradotto in italiano, appunto, “speranza”) –, è seguita una contro narrazione trumpiana che puntava, invece, a distruggere lo storytelling del suo predecessore, fondando la sua campagna elettorale su sentimenti principalmente negativi, come la rabbia e la paura.

Le storie, quindi, sono espedienti utili a creare un universo di simboli e immagini che siano coerenti col personaggio e con la sua visione politica. Con questo strumento, infatti, un leader può costruire la propria rappresentazione mediatica, servendosi dello storytelling per fornire l’immagine preferita di sé. 

È la forza delle storie: eventi collettivi capaci di stabilire una connessione privata con ogni ascoltatore, coinvolto intimamente nel racconto del leader e pronto ad identificarsi in esso. 
L’obiettivo, quindi, è chiaro: allargare il proprio consenso ed entrare in connessione emotiva con i cittadini, stimolati da storie appassionanti, coinvolgenti, condivise e – nell’era dei social network – anche condivisibili.

Come si costruiscono le storie in politica?

Le belle storie, da sole, non funzionano. O almeno non bastano. È infatti di fondamentale importanza saper utilizzare alcuni accorgimenti che diano loro un’importanza che, altrimenti, non riuscirebbero ad ottenere. Non è un caso, infatti, che uno più apprezzati storyteller della politica – e a suo modo precursore nel genere – sia stato il 40° Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, noto per aver avuto alle spalle una lunga carriera da attore di Hollywood. 

Sebbene provare a stilare un elenco delle caratteristiche che una storia deve possedere per attrarre l’audience rappresenti un esercizio ad altissimo coefficiente di rischio – numerose, infatti, sono le variabili che intervengono –, è possibile tuttavia individuare alcuni elementi comuni ai grandi storyteller del passato, al fine di tracciare un profilo che possa vagamente somigliare ad una guida vera e propria.

Teatralizzare

Come descritto da Frederick Mayer, le storie hanno bisogno di un luogo in cui essere raccontate, che colga l’essenza del discorso e che sia coerente con ciò che viene detto: in alcuni casi è sufficiente rappresentare una dimensione casalinga – come nel caso già citato di Berlusconi –, in altri una più da grande evento, come accade ormai da anni sui palchi della Leopolda di Matteo Renzi o nelle convention statunitensi, simili più a dei concerti rock che ad una manifestazione di carattere politico. Se, insomma, dovrete presentare all’elettorato la vostra candidatura a sindaco, preoccupatevi di farlo in una cornice adeguata: una saletta anonima del comitato elettorale potrebbe, infatti, già rappresentare una limitazione per le vostre ambizioni. 

Storicizzare

Come si può rendere indimenticabile un discorso? Facendolo diventare parte di una storia ancora più grande, tanto da non poter essere dimenticata. Quanti di noi ricordano a menadito cosa erano impegnati a fare mentre, d’improvviso, tutti i tg annunciavano con un’edizione straordinaria il tragico attentato dell’11 settembre 2001? La mente fissa il ricordo di un’esperienza personale apparentemente banale e lo aggancia, per sempre, ad un evento indimenticabile. 


Storicizzare, quindi, vuol dire assegnare a quella storia un significato del tutto nuovo e determinante, in virtù del suo rapporto con una situazione dalla portata decisamente superiore. Allo stesso tempo, però, contribuisce a collocare il leader nella Storia, quella con la esse maiuscola: non solo, quindi, narratore, ma anche protagonista di quelle stesse, indimenticabili, vicende.

Il celebre discorso del Presidente Pertini in seguito al terremoto in Irpinia del 1980

Drammatizzare

Una storia risulta tanto più efficace se è lo stesso momento storico ad avere bisogno di un cambio di passo. È per questo, infatti, che lo storyteller deve essere capace di drammatizzare la situazione, inserendo nella narrazione la necessità del suo intervento, assolutamente decisivo per imprimere una svolta positiva. Deve perciò trasmettere un senso di crisi e, contestualmente, proporsi come unico attore in grado di risolverla. Non bisogna, infatti, lasciare spazio ad alternative: sebbene vi sia necessità di cambiamento, è altrettanto fondamentale insistere sul proprio ruolo di solo ed unico possibile salvatore (figura presente, appunto, in tutti i racconti).

Conte: «L’Italia è un grande Paese, ce la faremo anche adesso»

Mobilitare: gli spettatori diventano attori

Il fine ultimo di un grande storyteller deve essere quello di rendere gli stessi ascoltatori protagonisti di quella storia, stimolando un senso di identificazione che li trasformi in attori capaci di cambiare concretamente il corso degli eventi. Può accadere nel caso dei grandi discorsi dei leader storici – come quando Churchill nel 1940 preparò i suoi connazionali all’entrata in guerra –, ma anche nei piccoli contesti di provincia, quando un candidato convince i propri elettori a spendersi in prima persona per sostenerlo. Mobilitare vuol dire, perciò, responsabilizzare i propri seguaci, producendo in loro la volontà di diventare parte integrante di quella stessa storia da cui sono stati affascinati. È da qui, infatti, che la campagna elettorale assume una forma differente: quel racconto non appartiene più soltanto al candidato, ma ad una comunità di persone pronte a tutto affinché diventi realtà.

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