Come comunicare le donne in politica: problemi e soluzioni

Sempre più donne sono al centro della scena pubblica, eppure anche in politica, come in altri settori, si osserva una maggiore difficoltà per le donne di emergere. Difficoltà che si riflettono anche sul piano della comunicazione, che risente spesso di pregiudizi e differenze di genere.

Ragion per cui, curare la comunicazione politica di candidate e rappresentati donne risente inevitabilmente di questo deficit sotto diversi aspetti. Per questo motivo è necessaria una preparazione maggiore e specifica proprio a livello comunicativo.

1. La relazione con i media: il sessismo mediatico

Ricoprendo un minor numero di cariche monocratiche o di vertice la prima conseguenza diretta di questa condizione comporta una minore attenzione mediatica. Sebbene su questo lato ci siano stati dei miglioramenti verso una parità di trattamento, in alcuni casi permangono differenze come si è riscontrato in occasione delle Presidenziali francesi del 2007 quando Royal ottene un’attenzione inferiore rispetto al suo avversario uomo Sarkozy (come esaminato da Holtz-Bacha in Frauen, Politik und Medien). Per questo, la battaglia per l’attenzione mediatica necessita di un maggior impiego di energie e attività per riuscire a guadagnare visibilità sui mezzi di informazione. Alcuni studi hanno evidenziato la minore disponibilità delle donne ad adattarsi alla logica mediatica, faticando quindi ad instaurare relazioni salde con i giornalisti.

La copertura mediatica risente così di una forma di sessismo che ha tra gli effetti principali quello di penalizzare la formazione di potenziali leadership femminili, anche per l’impatto dei media nella creazione di leadership politiche.

Molti studi di genere hanno evidenziato una forma di discriminazione riprodotta dai media che contribuisce così ad alterare l’immagine delle candidate, con ripercussioni sulle loro chances di vittorie elettorali.

Un esempio concreto di questa difficile relazione e delle difficoltà di accesso ai mass media da parte delle donne è rappresentato dalla copertura dei soggetti politici nelle principali edizioni dei telegiornali.

Secondo un resoconto dell’Agcom suddiviso per partiti, nel gennaio 2020, nei telegiornali RAI soltanto in un caso le esponenti politiche hanno preso parola più degli uomini.

In realtà questa condizione si può rintracciare a livello globale, come manifestato dal Global Media Monitoring Project che ha in più occasioni menzionato il sessismo mediatico a partire dalla raccolta di dati a livello mondiale.

2. Rappresentazione mediatica

Se guadagnare attenzione mediatica costituisce un primo importante ostacolo, riuscire a gestire la rappresentazione mediatica dell’immagine delle donne in politica è un’ulteriore conseguenza negativa.
In particolare, in riferimento alle donne, le categorie di giudizio sono generalmente più severe e vertono spesso su aspetti politicamente marginali, ma che nei loro confronti acquisiscono un peso maggiore.

L’aspetto estetico e fisico, il portamento, il linguaggio, l’abbigliamento, ad esempio sono caratteristiche che risultano essere molto più determinanti per avere un seguito elettorale e consolidare la loro immagine pubblica, rispetto ai colleghi uomini. Come riportato nel libro “Women Political Leaders and Media” della politologa ed esperta di leadership femminile Donatella Campus “la stampa sembra ossessionata dall’abbigliamento delle leader, indipendentemente dal contesto politico e nazionale. La relazione tra potere fascino personale è sempre un fattore positivo per un uomo, lo stesso non si può dire per una donna. In effetti, a determinate condizioni, il mix di bellezza, attrazione sessuale e seduzione può anche essere controproducente per le leader politiche femminili”.

Ciò sembra più evidente quando le donne ricoprono o concorrono per ruoli istituzionali di primo piano, attirando così maggiormente l’attenzione dei media su questi elementi. Come, ad esempio, nei casi delle candidate alla vice-presidenza Sarah Palin e Geraldine Ferraro che ricevettero una maggiore copertura mediatica circa il loro aspetto e abbigliamento, un trattamento oggetto di studio in “From Ferraro to Palin: sexism in coverage of vice presidential candidates in old and new media”.

Inoltre, la crescente spettacolarizzazione e banalizzazione della politica ha accentuato ulteriormente tali preconcetti con rappresentazioni che applicano proprio questi stessi frames interpretativi che spesso finiscono per condizionare la visione degli elettori meno politicizzati e meno interessati agli argomenti più tecnici.

Si osservano riferimenti espliciti al genere e alla sessualità che al contrario non sono rintracciati nelle controparti maschili e che costituiscono delle chiavi di lettura attraverso cui vengono giudicate le rappresentati, oscurando le valutazioni basate sulle loro reali competenze.

 

 

 

 

3. Leadership femminile: il “double bind”

Tali difficoltà e modalità di rappresentazione mediatica sopra descritte investono soprattutto le donne impegnate a concorrere per le più importanti cariche pubbliche.

Esse sono vittime di una condizione conosciuta come “double bind”, concetto introdotto da Kathleen Jamieson nel 1995, secondo cui le aspiranti leader si trovano nella posizione di dover bilanciare l’immagine del leader, a cui sono associate qualità maschili quali decisionismo, risolutezza, carisma o intransigenza, con le caratteristiche proprie della femminilità. Una condizione contradditoria tale per cui se le donne devono da un parte incarnare i tratti tipici della femminilità, dall’altro non possono apparire troppo donne e quindi risultare inadeguate al ruolo di leader.

Un doppio vincolo che condiziona la rappresentazione delle leader e la loro comunicazione. Infatti, su questo piano il principale effetto del double bind è che le aspiranti leader, che cercano di adeguarsi alle caratteristiche della leadership maschile, mostrandosi risolute, rischiano di essere raffigurate e avvertite come troppo aggressive. Al contrario, coloro che evitano di conformarsi troppo a questo modello di leadership maschile cercando stili alternativi e più personali sono considerate deboli per ricoprire ruoli esecutivi di vertice.

Una contraddizione che segna la differenza tra ciò che gli elettori vogliono da un leader e ciò che si aspettano da una donna, come affermato dagli psicologi Cantor e Bernay.

In Italia le leadership femminili soffrono altrettanto queste discriminazioni. Ne è convinto Tommaso Longobardi, Social Media Manager di Giorgia Meloni, principale leader donna del panorama politico italiano in termini di consenso. Longobardi, infatti, ai microfoni della nostra trasmissione Time Out ha dichiarato: “C’è un cambio nella percezione della gente. Quello che ho letto nei confronti di Giorgia Meloni, non l’ho mai letto nei confronti di un politico uomo. È molto più difficile spendere un’aspirante leader donna rispetto ad un candidato uomo”.

Anche i casi di candidate come Hillary Clinton alle primarie del 2008 e alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2016 o di Ségolène Royal nel 2007 in Francia evidenziano un focus eccessivo da parte dei media sulla vita privata o sugli attributi personali, non risparmiando attacchi e riproducendo stereotipi sociali. Modalità che sono meno presenti nei confronti dei politici uomini. Condizioni che hanno spinto queste candidate a dover approntare campagne elettorali spesso su posizioni difensive, badando alle questioni meno politiche ma ugualmente rilevanti per le percezioni dell’elettorato nel giudicare la loro preparazione e personalità in relazione alle cariche da ricoprire.

4. Soluzioni e strategie

Alla luce di queste considerazioni le aspiranti leader hanno intrapreso nuovi stili di leadership, con conseguenze anche sul fronte della comunicazione. Tra queste il tentativo di tematizzare le candidature, cercando di individuare un compromesso tra l’impostazione machista e la loro femminilità. Ad esempio adottando narrazioni alternative nei contesti adatti, consistenti in rappresentazioni che esaltano le qualità di autorità e cura tipicamente materne.

Un’altra strategia comunicativa consiste in attente operazioni di news management che posizionino l’attenzione mediatica e del dibattito pubblico sui temi più favorevoli e che meno vertono sull’appartenenza di genere consolidando l’immagine di donna capace di esercitare il potere, evitando il double bind. Oppure cercando di sfruttare quegli stessi meccanismi di banalizzazione e spettacolarizzazione della politica che attuano i media per ottenere un vantaggio. In questo modo esse non si sottraggono a un certo tipo di frame ma cercano di piegarlo a proprio favore, massimizzando uno spazio mediatico che in altre occasioni faticherebbero ad ottenere. Stereotipi che possono avere un impatto positivo sui risultati elettorali.

Un’altra carta nella comunicazione politica femminile, qualora vi siano le condizioni, può essere quella di giocare il ruolo dell’outsider. Proprio per il loro essere “diverse” e costituire una novità rispetto a una politica dominata dagli uomini, le candidate possono porsi nell’ottica dello sfidante, in grado di abbattere lo status quo. Un esempio in questi termini è l’elezione a sindaco di Roma di Virginia Raggi nel 2016 o di Ocasio-Cortez alle primarie democratiche per il Congresso nel 2018.

Inoltre, l’avvento dei social network e la conseguente disintermediazione ha concesso alle donne uno strumento attraverso cui raccontare la propria storia e sostenere la propria narrazione.

Uno spazio che permette loro di guadagnare più visibilità, senza dover ricorrere necessariamente alla contrattazione con i mass media tradizionali e che permette loro di comunicare empatia ed entrare in contatto con i propri followers. La candidatura di Ségonèle Royal nel 2007 ha confermato le potenzialità che possono avere questi mezzi per le donne nelle campagne elettorali, riuscendo a raccogliere sostegno e donazioni. Un’opportunità che tuttavia richiede allo stesso tempo grande attenzione in termini di contenuti e gestione della community.

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