visual journalism

Il visual journalism per un’efficace campagna di comunicazione

Si chiama Visual Journalism e rappresenta l’ultima fase dell’incessante processo di metamorfosi dell’informazione: il fenomeno, quasi paradossale, del giornalismo senza parole.

Nell’epoca del digitale e dell’esponenziale crescita dei mezzi di comunicazione, il giornalista – e l’addetto stampa, in particolare – sono costretti sempre più a reinventarsi. Ecco quindi spuntare l’adozione di nuovi strumenti e nuovi linguaggi per catturare l’attenzione della stampa e far sì che un determinato personaggio politico e le sue azioni diventino “notiziabili”.

Il Visual Journalism, in molti casi, rappresenta la risposta più adeguata in grado di fornire indicazioni pratiche su come “confezionare” un fatto e comunicare in modo creativo e originale la propria “identità online”, trasformando l’addetto stampa in un mix tra giornalista e designer che cura contenuti e contenitore.

Una figura ibrida, insomma, rispetto ai canoni tradizionali. Viene riunito in un unicum una molteplicità di professioni, dal grafico al reporter, dal cineoperatore all’inviato nel mondo delle immagini.

E’ Andrea Galdi, coordinatore del visual desk di Repubblica.it  a spiegare nella maniera più adeguata il momento di evoluzione che stiamo vivendo: L’immagine diventa notizia. Il visual journalist, ossia il giornalista visuale, lavora solo con le immagini, le fotografie ed i video. Ai giorni nostri, negli States ed in Inghilterra, raccontare una storia usando immagini o infografiche, è divenuto un affare di milioni di dollari che si è addirittura svincolato dalle redazioni vere e proprie e vive un’esistenza a se stante. Basti pensare che uno dei colossi del settore, l’azienda americana Mediastorm.org, è nata nel 2005 proprio con il preciso intento di  “utilizzare l’animazione, l’audio, il video e il potere della fotografia per realizzare una gamma di narrazioni che vadano al cuore della condizione umana”.

In un contesto simile, fondamentale per la promozione di una campagna politica è la realizzazione di infografiche efficaci, in grado di arricchire un video o i contenuti di un sito Internet, che permettano, nello stesso tempo, di navigare nella notizia, esplorarla zoomando o cliccandoci sopra per cambiare  punto di osservazione e approfondire gli aspetti che interessano, come su Google map» – come spiega David Mc Candless – considerato uno dei massimi esperti della data visualization.

UN ANTIDOTO CONTRO BUFALE E FAKE NEWS

L’altra potenzialità fornita dal Visual Journalism è quella di rappresentare uno degli antidoti di maggior successo contro bufale e fake news.

Il ricorso nelle strategie di comunicazione politica a Instagram Stories o snaps permette, grazie ad una funzionale grammatica di semplicità e immediatezza, di aumentare la visibilità del candidato, catturare l’attenzione del lettore e diventare virale, considerando il fatto che, sui social, le infografiche sono condivise tre volte di più rispetto ad altri tipi di contenuto.

La partita contro post-verità e fatti alternativi, quindi, non può che giocarsi su un piano più culturale e di missione dell’informazione ed il ruolo dell’addetto stampa diventa, in questo contesto, strategico per mostrare lo scollamento tra la realtà raccontata da alcuni mezzi di informazione,  ridimensionare cliché spesso alimentati dai media stessi ed aprire un dibattito pubblico nel quale far emergere le opinioni e le verità accertate del candidato.

IL CASO DELLA “REPUBBLICA POPOLARE DI BOLZANO”

Significativo, al riguardo, il riconoscimento ottenuto nel 2015 da Matteo Moretti, docente di Interactive & Motion Graphics e co-fondatore della piattaforma di ricerca visualjournalism.unibz.it, che con la “Repubblica Popolare di Bolzano” – un’inchiesta multimediale sulla comunità cinese nel capoluogo sudtirolese – ha conquistato a Barcellona il Data Journalism Award.

Lo studio mira a smontare gli stereotipi relativi ad una presunta colonizzazione della comunità cinese. L’analisi parte dalla fiorente attività legata alle nuove aperture di esercizi commerciali con un approccio sia quantitativo (la comunità cinese corrisponde circa allo 0,6% della popolazione di Bolzano) che qualitativo. Il tutto è corredato da video interviste in cui i bolzanini di origine cinese, siano essi giovani o anziani, donne o uomini, si raccontano.

Le conclusioni dell’inchiesta, in base ai dati emersi, fanno facilmente evincere che la temuta “invasione cinese”, in realtà, non è mai esistita.

Come lo stesso progetto conclude: “Più che ad una invasione, assistiamo invece ad un’integrazione senza precedenti, forse unica nel panorama nazionale. Bolzano ha visto una graduale crescita di attività registrate a nome di cinesi, ma sono sparse in tutta la città, alla pari delle abitazioni occupate dai cinesi non certo rinchiuse entro quartieri circoscritti. Nemmeno la comunità sembra essere poi così chiusa su se stessa […] Stiamo assistendo ad una realtà rara in Italia con un altissimo potenziale, che potrebbe aprire la strada a nuove forme di convivenza, non solo tra cinesi ed italiani”.

Significativo, in questo caso, l’utilizzo del Visual Journalism, usato come paradigma per trattare fenomeni che i cittadini ritengono inafferrabili, come l’immigrazione, e rendere chiare e attraenti le informazioni.

In sostanza la “veste” di un concetto, di un’idea o di un  progetto politico, lungi  dall’essere elemento accessorio, contribuisce al contrario, in maniera determinante, al successo della comunicazione e alla comprensione di un messaggio.