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La campagna elettorale nell’era dei Big Data

Cosa significa fare campagna elettorale oggi, nell’era del web 2.0? L’introduzione di nuove tecnologie e nuovi strumenti, così come l’ingresso di figure sempre più specializzate nel mondo della comunicazione politica, hanno cambiato l’impostazione standard delle campagne elettorali. In poco tempo, siamo passati dalle campagne mediatizzate a quelle digitalizzate, dove social media e digitale contribuiscono in maniera sostanziale all’agenda setting e al dibattito pubblico. Le campagne elettorali oggi stanno andando sempre di più nella direzione dell’high-tech e del 2.0, ovvero in quella che stiamo imparando a conoscere come networked politics. E in questa nuova dimensione ‘post-mediale’ c’è un altro fattore che insieme agli altri diventa decisivo nella riuscita di una buona campagna elettorale: i Big Data.

Big data e politica: identificare per comunicare

I Big data forniscono una quantità enorme di dati pubblici sui cittadini. Sfruttando tecniche di marketing e di profilazione, il politico riesce ad intercettare informazioni e dati utili a monitorare il sentiment degli elettori e a coordinare meglio la propria campagna elettorale. Attraverso i Big data, il politico può così coinvolgere per comunicare e interagire con il proprio elettore attraverso tecniche di micro-targeting. Un’opportunità per creare e gestire una vera e propria banca dati degli elettori, oltre che per indirizzare eventuali indecisi e astensionisti.

L’esperienza statunitense la fa da padrone in questo campo. Al secondo mandato di Obama nel 2012, il Washington Post titolava “The Big Data President”. In questo senso, le campagne elettorali made in U.S. da Obama in poi insegnano i metodi di profilazione: una gestione efficace dei dati attraverso le tecniche di targettizzazione permette al candidato di tracciare profili chiari e definiti degli elettori, facendo uso dell’analisi non solo dei comportamenti, ma anche dei consumi e delle attività dei singoli cittadini.

Data analysis e GOTV: dal digitale al face-to-face

Non solo newsletter, ma anche SMS, e-mail, call to action e social media. I Big data mettono insieme i dati che vengono trasmessi nello scambio di informazioni che vanno dal social alla newsletter, dagli SMS alle e-mail e così via. I dati vengono così raccolti e organizzati attraverso appositi software di marketing politico, che, oramai, diventano strumenti sempre più indispensabili non solo alla definizione della strategia elettorale, ma anche per chi lavora dietro le quinte dei quartier generali delle campagne elettorali.

In questo modo, la comunicazione politica – che diviene a tutti gli effetti digitalizzata – è analizzata e organizzata per essere orientata al meglio nella strategia. Il software di marketing politico è quindi uno strumento di analisi che, strutturato come un CRM (Custom Relation Management) offre al candidato la possibilità di ricucire il rapporto con l’elettore. Dalla dimensione digitale il candidato ha così l’opportunità di entrare in contatto con l’elettore negli incontri porta a porta, in quello che è lo schema del tradizionale Get Out The Vote (GOTV), per consolidare il proprio elettorato o per ‘convincere’ gli astensionisti.

Big Data who: chi c’è dietro

La campagna digitale è quindi una campagna che, adottando metodi scientifici e analitici, ha come obiettivo quello di tradurre il comportamento individualizzato in partecipazione politica. Proprio perché si tratta di una campagna data oriented e high-tech, è necessaria la figura dell’analista, il cui compito principale sarà quello di interpretare i dati e le informazioni ottenuti e inquadrarli in quella che sarà una strategia elettorale quanto più definita e circoscritta possibile. L’esempio? Ancora una volta arriva dall’Oltreoceano. La già citata campagna di Obama del 2012, infatti, porta (tuttora) il nome di Harper Reed, ovvero il CTO (Chief Technology Officer), responsabile dell’attività di analysis campaign dei dati.

Ad ogni modo, il lavoro del data analyst non deve essere interpretato come un’esclusività del suo mestiere. Al contrario, l’interpretazione dei dati si inserisce nell’importante contributo di volontari e campaign manager, così come dei media campaigner e di tutto lo staff del dietro le quinte.

L’idea di gestire una campagna digitale deve, infine, sposarsi con quella di investirci una parte considerevole del budget a disposizione. Non solo i software richiedono, infatti, l’utilizzo di buona parte delle risorse, ma sarà opportuno per il candidato dotarsi di un team specializzato e qualificato. E un piano strategicamente definito permetterà, inoltre, di sostenere le spese (che i confini estesi della campagna digitale comportano) attraverso tecniche di fundraising e crowdfunding.

Come cambia la campagna elettorale con i Big data

L’approccio data-oriented alle campagne elettorali di ispirazione anglosassone sta avendo il suo successo anche in Europa. Le ultime elezioni presidenziali francesi sono state la prova di come i software di marketing politico siano stati adottati anche da chi oggi risiede all’Eliseo.

Il successo dei Big data si deve, pertanto, alla capacità di rimettere il cittadino elettore al centro delle campagne elettorali. La campagna digitale permette così al candidato di riacquistare il rapporto di fiducia con il proprio elettore. E, allo stesso tempo, l’individuo ha la possibilità di sperimentare forme partecipative e collaborative (dal grassroot all’advocacy e così via), divenendo protagonista all’interno del processo democratico.

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